Quello di mercoledì 2 settembre è stato un episodio grave. Due ragazzi hanno tirato fuori dei coltelli per minacciare un altro ragazzo. Non è una bravata, non è uno scherzo e non va minimizzato in nessun modo. Voglio però essere molto esplicita, perché si sta cercando di costruire una narrazione per mero sciacallaggio. Proprio perché è grave, va descritto per quello che è. Non si è trattato di una baby gang. Non è un’emergenza “maranza”. È un episodio grave di fragilità e superficialità giovanile. E’un problema vero, che va affrontato seriamente.
I Carabinieri sono intervenuti immediatamente. Io sono stata informata la sera stessa. Il giorno dopo ho incontrato il papà del ragazzo, ancor prima che sporgesse – giustamente – la denuncia, indicando i nomi dei responsabili e dei testimoni. Che sono tutti minorenni e si conoscono tra loro. Tutti di Bregnano. Da quel momento è partita la procedura di competenza della giustizia minorile, rispetto alla quale il Comune ha un ruolo secondario. L’Amministrazione può fare e sa quello che deve fare. E lo ha fatto. Subito. Famiglia, assistente sociale, scuola, psicologa scolastica: la rete è stata attivata.
Questa è la realtà.
Poi arrivano i fenomeni che scrivono sui social: “La sindaca non ha detto niente”. E cosa avrei dovuto dire? Fare un comunicato con i nomi dei minorenni? Una diretta Facebook? O un post con scritto “guardate cosa è successo a questi ragazzini” o “è colpa di questo/quello”?
Ma stanno scherzando?
La riservatezza dei minori non è un optional che si può mettere da parte quando serve per fare polemica. Quando i servizi sociali intervengono, la psicologa viene attivata, le famiglie vengono incontrate e seguite e le forze dell’ordine fanno il loro lavoro, non si può banalizzare tutto con un commento sui social.
Amministrare non significa raccontare ogni cosa che si fa. Significa fare le cose giuste quando servono. E questa polemica, oltre a essere strumentale, dimostra una cosa abbastanza evidente: conoscere bene e usare Facebook ma molto poco il funzionamento dei servizi sociali, della scuola e della giustizia minorile non rende adatti a un dibattito socio psico pedagogico serio, tanto meno al ruolo di amministratore pubblico.
Chi è capace di buon senso sa che l’Amministrazione non doveva “dire qualcosa” ma fare quanto di sua competenza (prevenzione, sostegno e intervento) senza sbandierarlo come un trofeo. E lo aveva già fatto, con rispetto e a tutela dei minori coinvolti e delle loro famiglie.
C’è un’altra cosa che trovo opportunistica e meschina: Trasformare un episodio tra minorenni in una questione di “sicurezza” generalizzata. Per creare paura. Per dare l’idea che a Bregnano non si possa più uscire di casa, che i nostri ragazzi sarebbero in pericolo, che ci siano bande che controllano il territorio. Non è così. E dobbiamo dirlo. Vi chiedo di aiutarci, di non lasciar correre considerazioni banali e superficiali ma di cercare di comprendere, con rispetto e sensibilità autentica.
Francamente trovo ancora più squallido che, nel raccontare questa vicenda, qualcuno abbia sentito il bisogno di sottolineare l’origine straniera di alcuni dei ragazzi, che sono cittadini italiani e residenti a Bregnano. Che cosa c’entra? Se un ragazzo commette un reato, è responsabile di quello che ha fatto. Punto. L’origine della sua famiglia non rende il fatto più o meno grave. Metterla in evidenza serve soltanto a suggerire una lettura che con i fatti non c’entra nulla.
Abbiamo alcuni ragazzi che, come accade purtroppo anche altrove, possono vivere situazioni di disagio e possono arrivare anche a commettere gesti gravi. E proprio per questo abbiamo una rete educativa e sociale che funziona e interviene. E lo ha fatto. Tutto può essere migliorato, non tutto si riesce a prevenire. Ma una cosa è voler migliorare le cose, un’altra è utilizzare ogni episodio per cercare un titolo, un like o qualche consenso in più.
Una modalità che ormai conosciamo bene, di un’opposizione fatta più di parole che di soluzioni, più di slogan che di concretezza. Noi invece continuiamo sulla nostra strada, senza inseguire questa polemica. Perché i minori non sono materiale da propaganda politica, da campagna elettorale. Non useremo il dolore di una famiglia, la paura di un ragazzo o gli errori commessi da altri ragazzi per fare proselitismo e manipolare una comprensibile preoccupazione.
È questa la differenza tra chi sfrutta ogni occasione per vantarsi di avere la soluzione in tasca e chi amministra ogni giorno la propria comunità con responsabilità e prendendosene cura.
Elena Daddi

In alto: Foto di Ahmed Rajgoli Shoaib Shakeel su Unsplash
