Oggi, 25 aprile, celebriamo l’81° anniversario della Liberazione del 1945 e la libertà riconquistata. Eppure, osserviamo con preoccupazione diminuire la partecipazione e la passione civile per questa data, un distacco che sembra lambire persino le più alte cariche dello Stato.
Mentre l’entusiasmo per il 25 aprile pare affievolirsi, ad Acca Larentia ogni 7 gennaio si radunano folle per commemorare i defunti — che vanno sempre rispettati come persone — ricorrendo però all’orrendo saluto fascista, un gesto che qualcuno vorrebbe oggi sdoganare. Allo stesso modo a Dongo, attorno al 28 aprile, raduni nostalgici ricordano i gerarchi nazisti e Mussolini: l’uomo che ha soggiogato l’Italia per vent’anni di dittatura, alleato di Hitler e mandante di atroci carneficine.
È una tendenza grave. La Resistenza non si dimentica e non si piega. Viva il 25 aprile 1945, viva la Liberazione che ci ha donato la democrazia. In questi giorni ricordiamo chi è caduto tra il 1943 e il 1945: donne, uomini, partigiani e civili.
Enrico Berlinguer, il 21 aprile 1972, pronunciò parole nette: nessun dialogo con il fascismo. Rispondendo alle provocazioni di allora, ricordò una verità storica: i fascisti furono violenti contro gli inermi, ma fuggirono davanti ai partigiani. Il fascismo fu barbarie; portò con sé repressione, miseria e rovina.
Le leggi della nostra Repubblica sono limpide: la Costituzione e la Legge Scelba del 1952 vietano la riorganizzazione del partito fascista, mentre la Legge Mancino del 1993 punisce l’odio e la violenza. Dopo l’8 settembre 1943, fu necessario scegliere da che parte stare. Non era possibile restare nel mezzo, né si possono oggi mettere sullo stesso piano oppressori e liberatori, partigiani e repubblichini. La parte giusta è la Resistenza. È la libertà, è il coraggio di dire no. Non a caso, ovunque nel mondo manchi la libertà, si canta ancora “Bella Ciao”.
Abbiamo il dovere di cercare la verità, come ricordato dal giudice Marco De Paolis. Esistono crimini imprescrittibili per i quali è necessario individuare i responsabili. Esiste poi un altro dovere, che riguarda ogni soldato: quello di disobbedire agli ordini inumani. Nel 1994 furono ritrovati i fascicoli del cosiddetto “armadio della vergogna”: circa 700 dossier sui crimini nazifascisti che qualcuno avrebbe voluto lasciare nascosti. Ricordiamo quelle stragi: le Fosse Ardeatine con 335 morti; Sant’Anna di Stazzema con 560 vittime, tra cui 130 bambini; Marzabotto con 770 vittime accertate; la Certosa di Farneta e l’eccidio di Cefalonia, dove furono uccisi 6.500 soldati italiani. Grazie al lavoro di una Commissione parlamentare tra il 2001 e il 2006, questi atti sono accessibili online dal 2016.
Ricordiamo anche Piero Gobetti, morto a soli 24 anni per la violenza fascista. Nel 2026 ricorrerà il centenario della sua scomparsa. Per lui, il fascismo era “l’autobiografia della nazione”: un monito attualissimo, perché è facile scivolare nel qualunquismo, nell’indifferenza e nell’egoismo. Le conquiste vanno difese. Le radici della nostra Repubblica e dell’Europa affondano in quegli anni e in quelle scelte. Pensiamo a Ventotene, dove nel 1941 Altiero Spinelli scrisse il Manifesto per un’Europa libera e unita insieme a Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni, e dove Sandro Pertini fu confinato dal 1939 al 1943.
Voglio concludere consigliando un libro che mi commuove profondamente: “Ti racconto Marzabotto” di Franco Leone Lautazi. È la storia di un bambino di sei anni che nel 1944 vide la madre e la nonna uccise. La madre, incinta, gli fece scudo con il proprio corpo e lui fu l’unico sopravvissuto. Oggi Franco racconta la sua storia perché ricordare è un dovere. Perché la memoria è libertà. Perché quegli orrori non tornino mai più, in nessuna parte del mondo.
Viva il 25 aprile 1945. Viva la libertà.
Elena Daddi

La Cerimonia pubblica che si è svolta presso il Centro polifunzionale



