
Dopo il 7 ottobre 2023 il mondo si è diviso fra chi prendeva una netta posizione a favore di Israele, per il suo sacrosanto diritto di difendersi da Hamas e chi invece riteneva eccessiva e indiscriminata la reazione israeliana, che in un anno e mezzo ha causato ai palestinesi un numero di vittime civili 100 volte superiore quelle israeliane del 7 ottobre. Per molto tempo ha prevalso l’idea che per sconfiggere Hamas (accusato di nascondersi fra i civili, sotto le scuole e gli ospedali), le tante perdite umane, soprattutto donne e bambini, fossero un doloroso ma necessario effetto collaterale. Col passare del tempo la realtà dei fatti e la vera natura delle azioni perpetrate da Israele, pian piano sono emerse alla luce del sole, nonostante il divieto di accesso per la stampa occidentale alle zone di guerra e nonostante l’uccisione di ben 228 giornalisti.
È emersa grazie alle numerosissime testimonianze delle organizzazioni umanitarie presenti sul teatro di guerra come Emergency, Amnesty International, Medicines Sans Frontières, Save the Children, UNRWA (l’agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite, bandita da Israele con l’accusa di filoterrorismo) e anche grazie alle numerose testimonianze di centinaia di medici volontari di varie nazionalità anche inglesi e statunitensi. Ma alla fine anche dalle dichiarazioni sempre più palesi e sfacciate degli esponenti politici israeliani, i quali, sentendosi ormai vicini all’obiettivo e forti della solidarietà del loro più potente alleato, gli Stati Uniti d’America, si possono ora permettere di rivelare apertamente le loro vere intenzioni, il loro scopo fin dal 1948, anno di autoproclamazione dello stato di Israeele.
Questo scopo non è, come inizialmente sbandierato dopo il 7 ottobre, quello di distruggere Hamas bensì quello di liberare la Palestina dai palestinesi, per poterla avere tutta per sé. In questo Hamas ha fatto esattamente il loro gioco, permettendogli di avere un formidabile pretesto, per poter “dare la volata” in vista del traguardo inseguito per 77 anni. Forse è per questo motivo che Netanyahu nel passato ha finanziato segretamente Hamas attraverso il Qatar con decine di milioni di dollari favorendone l’ascesa in funzione anti-OLP.
Questo è un fatto. Ampiamente dimostrato. Evidentemente l’organizzazione per la liberazione della Palestina, da sempre storicamente più morbida e arrendevole con Israele per fare accordi di pace, non era funzionale agli scopi di Israele, che aveva bisogno di un avversario duro, integralista. Questa è una mia opinione. Rimane il fatto che Hamas è stato finanziato da Netanyahu.
Com’è altrettanto acclarato che secondo i dati forniti dalle stesse autorità israeliane, i miliziani di Hamas prima del 7 ottobre erano circa 40. 000. E sapete quanti sono adesso i miliziani di Hamas sempre secondo dati forniti da Israele? Ancora 40. 000. Lascio a voi le considerazioni del caso.
Mentre ad oggi i morti palestinesi totali accertati (cioè dichiarati da Hamas) sono circa 60 mila di cui più della metà donne e bambini. Ma sicuramente queste sono stime al ribasso perché si basano solo sulla conta dei cadaveri ritrovati e portati nelle camere mortuarie degli ospedali e non su quelli polverizzati dalle bombe o ancora sepolti sotto le macerie o semplicemente non portati in ospedale e quindi il numero vero supera ormai di molto queste cifre.
Dopo varie valutazioni basate su studi statistici che parlavano di 120 mila e 180 mila morti, il recentissimo studio del prof Garb dell’Università Ben Gurion del Negev, pubblicato dall’Università di Harvard, ha fatto una stima attendibile di oltre 300 mila morti.
Ma torniamo alla storia. Per cercare di capire quello che succede oggi in quella terra martoriata non bisogna fermarsi al 7 ottobre ma bisogna risalire almeno fino a 77 anni fa quando Israele aveva iniziato Il suo progetto di oppressione, ladrocinio violento e apartheid allo scopo di effettuare una pulizia etnica della Palestina dai palestinesi.

Questo programma è iniziato dunque con la Nakba (catastrofe in arabo), cioè l’esodo forzato di circa 700 mila arabi palestinesi, costretti ad abbandonare in tutta fretta le loro città e villaggi poco prima e poco dopo l’autoproclamazione dello stato di Israele avvenuta il 14 maggio del 1948, quando il movimento sionista non era ancora andato al governo ed era organizzato in gruppi paramilitari terroristici come l’Haganah, l’Irgun, la banda Stern che compivano attentati sia verso i britannici, che avevano governato la Palestina fino a quel momento sia verso gli arabi palestinesi che reclamavano a loro volta la proprietà della Palestina. Queste bande armate, che successivamente confluirono nell’IDF, cioè l’attuale esercito israeliano, erano guidate da Monachem Begin (che molti anni più tardi divenne anche primo ministro e ricevette il Premio Nobel per la pace per aver firmato gli accordi di Camp David, alla Casa Bianca con Sadat, una storica pace fra Israele ed Egitto, favorita dal Presidente Carter). Ebbene, in questo periodo, il suo periodo da terrorista, Begin fra le varie sue imprese, fece saltare con una bomba un albergo, il King David, a Gerusalemme, uccidendo 91 persone tra militari britannici e civili arabi ma fu anche l’artefice della strage di Deir Yassin, un piccolo pacifico villaggio palestinese di 600 abitanti a 5 km da Gerusalemme, dove 240 civili inermi perlopiù anziani, donne e bambini furono massacrati casa per casa, senza apparente motivo ma solo a scopo dimostrativo. Non solo ma una settantina di superstiti furono trasportati legati come trofei vivi in una parata pubblica a Gerusalemme con lo scopo dichiarato apertamente di terrorizzare la popolazione palestinese, nel caso avesse voluto pensare di resistere allo sfollamento forzato delle centinaia di villaggi che Israele aveva deciso di annettersi. Questo episodio causò non poco imbarazzo al governo di Israele a livello internazionale, anche perché i terroristi, che si vantavano apertamente di queste gesta, avevano chiamato la stampa internazionale per mostrare i cadaveri e dare più risalto mediatico all’episodio, sempre in un ottica dimostrativa. Ma nonostante questo, nulla fu fatto per punire gli autori della strage.
È noto che alla fine della prima guerra arabo-israeliana del 1947-48 Israele era riuscita ad annettersi in questo modo brutale, con la Nakba, il 73% di tutta la Palestina, partendo dal 55% che gli era stato assegnata dall’ONU con la risoluzione 181 che prevedeva la creazione dei due Stati.

Ai 700. 000 palestinesi a cui era stato sottratta la terra, le case, i villaggi, tutto, non fu restituito più nulla e divennero rifugiati permanenti per decenni, a zonzo, da un campo profughi all’altro.
La strage di Deir Yassin viene anche citata e descritta minuziosamente in una lettera aperta al New York Times del 2 dicembre 1948, scritta da Albert Einstein, Hannah Arendt, la famosa filosofa della “banalità del male”, uno studio sul nazismo, e altri 26 letterati e scienziati ebrei statunitensi. In questa lettera questi 28 intellettuali ebrei esprimono forti preoccupazioni relativamente al nuovo stato di Israele, appena nato e al partito della libertà (Tnuat Haherut) che lo governava, un partito che, secondo loro nell’organizzazione, nei metodi, nella filosofia politica e nell’azione sociale appariva strettamente affine ai partiti nazista e fascista.

Successivamente nella storia di Israele ci furono anche dei governi, diciamo così, più moderati. Come quello di Yitzhak Rabin, che firmò gli storici accordi di Oslo nel 1993 con Arafat, il leader dell’OLP, con l’intermediazione di Bill Clinton, ricevendo poi, per questo, Il Nobel per la pace l’anno successivo. Peccato che nel 1995 Rabin fu ucciso in un attentato da un estremista di destra Israeliano, e il governo israeliano ritornò nelle mani dell’ultradestra sionista del Likud il partito attuale di Netanyahu, il partito discendente diretto del partito della libertà Haerut del 1948.
Durante tutti questi 77 anni – quindi ben prima del 7 ottobre – il popolo palestinese ha subito dal governo di Israele un’oppressione silenziosa, perché poco pubblicizzata dai media mondiali, fatta di furti di territori, espropri di case, arresti illegali, anche di minorenni, senza capi d’accusa, senza possibilità di avere un avvocato, torture in carcere, uccisioni, segregazione razziale – e tutto ciò non è fantasia o accuse infondate perché esistono prove, rapporti e testimonianze dirette – insomma una lenta e strisciante pulizia etnica, eseguita sia a Gaza che in Cisgiordania con meticolosa pazienza fra l’indifferenza del mondo occidentale.

Non proprio tutti erano indifferenti: nella foto sopra è Rachel Corrie, un’attivista dei diritti umani, americana, studentessa universitaria di arte e relazioni internazionali e membro dell’International Solidarity Movement, un’organizzazione umanitaria. Come attivista per i diritti umani, Rachel aveva deciso di andare a Rafah, nella striscia di Gaza, durante l’Intifada di Al Aqsa, per partecipare alla resistenza contro l’occupazione Israeliana. In questa immagine la vediamo, “armata” di megafono, fare opposizione non-violenta contro l’abbattimento di case palestinesi con le ruspe da parte degli israeliani, che volevano insediare qui le loro colonie. Ebbene, una di queste ruspe non si è fermata ed ha travolto Rachel che è morta così a 23 anni per fare quello che riteneva giusto, per “non essersi girata dall’altra parte”.
Anche se l’ONU di tanto in tanto da decenni emetteva delle Risoluzioni contro gli insediamenti illegali dei coloni israeliani chiedendone l’immediato smantellamento e il ripristino degli ex villaggi palestinesi, il governo di Israele e gli USA se ne fregavano e tutte queste risoluzioni sono quindi andate disattese. Perciò la lenta ma inesorabile, brutale, annessione di pezzi di territorio palestinese continua tutt’ora come testimoniato dal film-documentario “No other land”, premio Oscar 2025, girato in economia da due giovani attivisti, uno palestinese e l’altro israeliano. Un film da vedere, molto duro, fatto di scene autentiche con riprese girate sul posto dagli autori, rischiando la proprio vita per testimoniare quello che succede tutti i giorni in Cisgiordania.
Ovviamente non tutto il popolo palestinese subiva e subisce in silenzio. Frange armate reagivano anche con azioni violente e sanguinarie, anche fuori dei confini di Israele. Noi tutti ricordiamo per esempio la strage del villaggio olimpico di Monaco del 1972 o i vari dirottamemti di navi (Achille Lauro) e aerei. Ma mentre per un qualsiasi altro popolo nella storia, la lotta armata contro un invasore/oppressore è sempre stata chiamata Resistenza in questo caso specifico l’unico termine utilizzato è sempre stato “terrorismo”. Perchè?Bettino Craxi nel 1985 in un suo discorso al Parlamento, in veste di Primo Ministro, si faceva questa domanda e si rispondeva che secondo lui la lotta armata dei palestinesi era in fondo legittima in quanto lotta contro l’oppressione e l’occupazione illegittima di Israele. Faceva perfino un paragone con Mazzini, il patriota italiano, “un uomo così nobile, così religioso, così idealista, che nel segreto della sua latitanza all’estero concepiva, disegnava e progettava gli attentati politici”. Lo stesso Craxi, richiamava poi ad un uditorio che lo contestava, il fatto che la La Carta dei Principi dell’ONU prevede che un movimento che difenda una causa nazionale possa ricorrere alla lotta armata.
Ma non si vuole con ciò giustificare le azioni dell’OLP, o di Al Fatah o ultimamente di Hamas. Assolutamente no. A mio avviso la violenza è sempre e comunque da condannare, specialmente quando fa vittime innocenti. La violenza si giustifica solo per la immediata legittima difesa contro un aggressore che minacci la propria vita o quella dei nostri cari. Oltretutto, come diceva Craxi nello stesso intervento, la violenza e il terrorismo non portano da nessuna parte e provocano solo vittime innocenti, innescando una spirale d’odio e di vendetta. La più efficace forma di lotta contro l’oppressione è la resistenza passiva, la non-violenza. Quella predicata e praticata a Gandhi e da Mandela, che come sappiamo ha dato i suoi frutti, anche se a costo comunque di vittime innocenti, provocate però dall’avversario.
La pace vera si raggiunge solo col dialogo e la mediazione, che tenga conto delle ragioni di entrambe le parti e gli accordi raggiunti sono efficaci solo se c’è una vera volontà di perdono, unica garanzia per mantenere stabile la pace raggiunta. Leggere e studiare la storia serve a spiegare il motivo per cui si è arrivati a questo. Non per giustificare le azioni terroristiche ma per capire, avere una visione più generale e chiara.
Giulio Andreotti, il più tranquillo uomo politico della storia italiana, democristiano, il più moderato dei moderati, in un suo discorso al senato italiano nel 2006, ebbe a dire: “io credo che ognuno di noi, se fosse nato in un campo di concentramento e da 50 anni fosse lì e non avesse alcuna prospettiva di poter dare ai propri figli un avvenire, sarebbe un terrorista.”
Ma arriviamo al 7 ottobre, un attentato terroristico tremendo senza precedenti: 1200 morti fra militari e civili e 250 rapiti. Questo episodio, giustamente provoca una ondata di orrore e indignazione, sgomento e incomprensione, e merita la condanna del mondo intero, come giustamente sancito dal mandato di arresto della Corte Penale Internazionale contro i vertici di Hamas. D’altro canto esso dà il via libera ad una accelerazione senza freni della strategia espansionistica di Israele su tutto il territorio palestinese. Forti della giusta solidarietà mondiale, lo stato di Israele scatena il suo esercito, uno dei più potenti al mondo, non tanto contro i 40 mila miliziani di Hamas ma contro oltre 2 milioni di civili inermi. Non potendo ovviamente sterminare 2 milioni di persone in breve tempo (ricordiamo che gli Stati Uniti ci hanno messo ben 114 anni per uccidere 10 milioni di nativi americani e rinchiudere i superstiti nelle riserve mentre i britannici ci hanno messo ben 140 anni per completare lo sterminio violento degli aborigeni australiani) il piano è quello di convincerli in tutti i modi possibili ad andarsene da soli. Ma come? Bombardando a tappeto, uccidendo e distruggendo tutto: scuole, università, ospedali, moschee, togliendo cibo, acqua, beni di prima necessita, costringendoli ad elemosinare ciò di cui sfamarsi, ammassati, in modo da poter sparare nel mucchio e fare più vittime possibile con poche raffiche. Per demolirli fisicamente e psicologicamente, per fiaccare la loro resistenza affinché accettino un trasferimento forzato altrove. Questo è il loro scopo dichiarato e sotto gli occhi di tutti.

Nonostante tutte queste evidenze c’è ancora una larga parte del mondo occidentale che parteggia per Israele, che continua a sostenere il suo diritto di difendersi e che addossa tutta la responsabilità di quel che succede ad Hamas. Parliamo ovviamente del mondo occidentale, fatto in primis dagli Stati Uniti, storico alleato di Israele e poi dei governi europei e italiano. Mentre il resto del mondo, molto più obiettivamente, sostiene la Palestina, per il suo diritto ad esistere a sua volta. Non si vuole qui negare il diritto all’esistenza dello Stato di Israele perché è stato sancito dalla risoluzione ONU numero 181, del 1947, la quale però prevedeva anche la costituzione simultanea di uno stato palestinese, con un suo territorio e i suoi confini, che “de facto” non è mai stato realizzato. Lo stato di Palestina, proclamato dall’OLP ad Algeri nel 1988 rivendica sostanzialmente la sovranità su Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme Est, che sono in pratica circa la metà del territorio previsto per i palestinesi dalla Risoluzione ONU 181 ma di fatto buona parte di questi territori erano e sono occupati tuttora da Israele.
Lo stato di Palestina è riconosciuto oggi da ben 147 paesi su 193, il 76%. Le nazioni che ancora non hanno riconosciuto lo stato della Palestina sono gli Stati Uniti, il Canada, l’Australia e la maggior parte dei paesi europei, inclusa l’Italia. Ma non solo nel nostro mondo occidentale si parteggia sfacciatamente per Israele, quel che è peggio è che si combatte attivamente chiunque la pensi diversamente, chiunque osi mettere in dubbio l’ipocrita verità di Israele o anche osi solo esprimere solidarietà al popolo palestinese, per quello che sta patendo in questi lunghi mesi, come sto facendo io in questo momento. Coloro che osano tanto, vengono pubblicamente e ferocemente attaccati, accusati di filo-terrorismo e di antisemitismo, un’accusa ormai che fa ridere e che ha perso il suo mordente. Ha fatto il suo effetto per decenni ma ora non funziona più. E’ inflazionata. Lo sapete come è nata? Si tratta di una strategia inventata da Abba Eban, Ministro degli Esteri israeliano negli anni 70 che ebbe un’idea geniale: inviò una lettera a tutte le ambasciate israeliane nel mondo con questa direttiva: “Se qualcuno osa criticare apertamente una qualsiasi azione politica o militare d’Israele voi non rispondete nel merito ma accusatelo subito di antisemitismo, vedrete che funziona”.
Tra gli esempi più eclatanti delle persecuzioni messe in atto verso chi solidarizza con la Palestina, vorrei citare i seguenti :
- l’attacco diretto di Trump all’università più prestigiosa del mondo, Harvard, con l’accusa di non reprimere le manifestazioni pro-Palestina. “Se non fai quel che ti dico, ti tolgo i soldi.” Il potere dell’ignoranza che attacca un tempio della cultura.
- la ridicolizzazione e colpevolizzazione da parte dei media di destra italiani dell’impresa di Greta Thunberg che voleva solo fare un’azione dimostrativa di sensibilizzazione simbolica verso i palestinesi
- infine gli attacchi mediatici in stile mafioso del duo Trump – Netanyahu nei riguardi della nostra concittadina Francesca Albanese che con la schiena dritta, semplicemente fa il suo onesto lavoro di rendicontazione della verità storica sulla situazione di Gaza e Cisgiordania. Francesca è Relatrice Speciale ONU per i territori palestinesi occupati ed ha recentemente pubblicato un dossier sconvolgente che mette nero su bianco i nomi delle aziende occidentali che traggono ingenti profitti contribuendo al genocidio e all’occupazione illegale di Israele in Palestina. Il governo di Netanyahu, che ricordiamo, per chi se ne fosse dimenticato, ha un mandato di arresto sulla propria testa emesso dalla Corte Penale Internazionale di giustizia per crimini contro l’umanità, ebbene il governo di Israele, dopo aver accusato l’ONU di essere un covo di antisemiti, ha finanziato delle campagne social di denigrazione con fake news per cercare di screditare questa donna coraggiosa di cui l’Italia dovrebbe andare fiera ed ha chiesto a Trump di sanzionarla. E per questo motivo, oltre a chiedere ai consiglieri di approvare questa mozione, invito tutti a firmare la petizione che trovate in rete per chiedere la candidatura al Premio Nobel per la Pace per Francesca.

Walter A. Monti – consigliere comunale di maggioranza – Bregnano CO
