Maledette, maledette femmine che seducono, irritano, esasperano. Se stessero zitte, docili e modeste, non succederebbe nulla: nessun pover’uomo si innervosirebbe e nessuna donna si farebbe male.
Ricordando Michela Murgia: facciamo rumore! Siamo tante, siamo vive, e meno male che siamo vive. Siamo le sopravvissute: sopravvissute ai femminicidi, alle aggressioni, ai silenzi, ai giudizi nella narrazione dominante. Il linguaggio è rivelatore. È un esempio mirabile di cosa sia la vittimizzazione secondaria: le donne sono vittime, ma è comunque colpa loro. Stuprata dal branco? “Aveva la minigonna.” Femminicidi? Uno ogni tre giorni. Ogni 72 ore una donna viene uccisa per mano di un uomo, normalmente il suo compagno, ex compagno, marito o ex marito. Le molestie sono 88 al giorno in Italia, una ogni 15 minuti.
Le donne, le ragazze non devono più sopportarlo e, soprattutto, nessuno si può più permettere di molestarle impunemente. Serve la solidarietà culturale dell’intera società. Gesti e parole contano, pesano. La situazione è quasi sempre la stessa: sproporzione di età, cultura, posizione, potere tra la donna e il molestatore.
Zittire una donna definendola “porcellina” o “stupida” non è solo rozza volgarità: è sprezzo del femminile, è violenza sessista. Ma quanti squallidi modelli maschili negativi infestano ancora la nostra società? In quale ambiente crescono le nostre ragazze e i nostri ragazzi? E perché stupirci allora che anche tra coppie di adolescenti crescano comportamenti di violenza, ricatto, controllo ossessivo, revenge porn, rape drugs? Quante parole servono per contrastare questi modelli interiorizzati? Molte. E allora cominciamo subito. Perché le buone intenzioni non bastano più: servono esempi concreti. Gli uomini che non stuprano e non violentano ,la maggioranza — dicano NO. È facile. Ma è fondamentale che prendano coscienza di quanto, involontariamente, continuino a veicolare stereotipi.
Sono contenta che Meloni e Schlein abbiano trovato un accordo per inserire il principio del “consenso libero e attuale” nella legge italiana contro la violenza sessuale. Le parole contano: un sì è un sì — un no è un no. Perché finora bastava il silenzio, o l’assenza di reazione della vittima, per definire un atto “consensuale”. E invece non basta un no: serve un sì esplicito. Concetto semplicissimo, che va messo nella testa degli uomini, eppure fermo in Senato.
Penso al linguaggio. Il linguaggio dà forma al pensiero e veicola stereotipi di genere: le parole non sono mai neutre. La declinazione femminile dei ruoli non è un vezzo, ma una pratica che rende concreti i cambiamenti culturali. Esiste un retaggio che relega alcuni ruoli al maschile e altri al femminile: una resistenza culturale che attribuisce caratteristiche “proprie” a un genere o all’altro.
Usare le parole al femminile serve soprattutto a bambine e ragazze, donne di domani: serve a mostrare che possono essere ciò che desiderano, senza che l’essere femmine diventi un limite. Alcune donne preferiscono il maschile: legittimo. Ma il maschile non è neutro. Avvocato o avvocata? Poliziotto o poliziotta? L’insegnante, la presidente, la dirigente… Il punto è che ciascuna sia libera — e che attraverso quella libertà linguistica apra possibilità anche alle altre. Non è ideologia: è concretezza quotidiana. Chiamare me Sindaca, o chiamare Segretaria una donna che ricopre il ruolo di Segretario in un Consiglio Direttivo, non è la stessa cosa. “Segretaria” appare rassicurante, ma è riduttivo: evoca un ruolo ancillare anche quando si parla di posizioni apicali. Ma se sei al vertice e sei donna, hai sfondato il soffitto di cristallo, lo devi dire, non per te, ma per le altre.
Le donne ai vertici devono essere modelli di libertà: libere di essere femminili, senza inseguire modelli maschili per ottenere ascolto e rispetto. E pensiamo alla conciliazione lavoro–famiglia. Quando un medico diventa sindaco: se è donna, le chiedono come farà con figli e casa. Se è uomo, nessuno glielo chiede. Ma come si permettono? La discriminazione di genere esiste ed è culturale. La violenza maschile sulle donne — verbale, fisica, psicologica, economica — è un’emergenza sociale. Non ha radici genetiche: è cultura. E proprio perché è cultura, può cambiare: cambiamo noi, cambiano le parole, cambia la narrazione.
C’è un problema educativo: la cultura passa da modelli formali e informali, e riguarda uomini e donne, perché anche le donne cadono nei cortocircuiti culturali. La violenza va prevenuta, non solo punita. Va bene l’inasprimento delle pene, va bene il Codice Rosso — ma non basta. Non funziona da deterrente: i dati sui femminicidi restano stabili da anni, mentre tutti gli altri reati violenti calano.
Serve investire nella formazione, nella rivoluzione culturale che passa dalle parole e dalla scuola — non abolire l’educazione emotiva e psico-affettiva! Servono più risorse ai centri antiviolenza, più controlli sugli autori. I braccialetti elettronici non bastano — soprattutto quando non funzionano. Servono fondi per la rieducazione del violento, del molestatore, dello stupratore, del femminicida: la consapevolezza deve essere generale. La pena senza rieducazione e remissione del reo non cambia nulla.
Il tema è la libertà delle donne. Libere di farsi chiamare come vogliono. Libere di fare ciò che vogliono senza essere definite, senza essere rinchiuse in recinti concettuali o ruoli subalterni. Libere e forti di essere orgogliosamente, meravigliosamente, noi stesse.
Elena Daddi




